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Editoriali


2 febbraio 2007

Veronica e Silvio, tra moglie e marito...

L’amore ai tempi di quel colera asettico che si diffonde attraverso le onde hertziane prevede l’accantonamento del rituale lancio di stoviglie, a beneficio di un purificatore carteggio pubblico, davanti prima a milioni di
lettori e poi a tutta Italia. Miglior contrappasso non poteva darsi, per l’impresario degli “Stranamore” e dei “C’è posta per te”, che lo sfogo da prima pagina di donna Veronica, prestamente neutralizzato con un’altrettanto
plateale proclamazione delle scuse di un uomo che, per quanto marito da quasi
trent’anni, non la smette di fare il cascamorto con qualsiasi ubertosa ragazzona si trovi a tiro del suo scannerizzante sguardo.
Eppure, anche in questa poco commendevole faccenda, Silvio Berlusconi ha evidenziato il pulcinellesco segreto che sta alla base della sua resistibile ascesa: molti cittadini, malgrado tutto, lo hanno sostenuto e continuano a farlo, perché in qualche misura si riconoscono nelle sue debolezze di vero italiano medio. Sembra il personaggio di quella canzone “che giocava a ramino e fischiava alle donne, credulone e romantico con due baffi da uomo”. Tant’è vero che il giovane Silvio, in una foto d’epoca maliziosamente rimessa in circolo per strologare attorno ai suoi controversi legami siciliani, portava con orgoglio baffetti da cumenda successivamente rimossi, per dedicare maggiore attenzione al rinfoltimento pilifero di altre zone della capoccia.
Negli ultimi anni, in coincidenza con l’insperata seconda giovinezza politica che aveva contraddetto tutti quanti già l’avevano dato per spacciato undici anni fa dopo la prima delle due sconfitte con Prodi, le emittenti tuttora possedute benché non gestite da Berlusconi avevano imposto anche in Italia il modello del “reality show”: la vita di tutti i giormi guardata dal buco della serratura. Forse anche la baruffa brianzola, la guerra dei Roses tra Macherio e Arcore, appartiene a questo vincente genere spettacolare, se è vero che anche tra le file di chi non ha resistito alla tentazione di “buttarla in politica”, per trarre dai fumi di una crisi coniugale un insperato dividendo di partito, si è avanzato il sospetto che si trattasse soltanto di una messa in scena, l’ennesima ad opera di un uomo abilissimo nell’ideare sogni e, soprattutto, nello smerciarli ai connazionali, prima telespettatori e poi elettori.
Altri dicono che la Veronica, stavolta, ha esaurito una volta per tutte la risorsa del perdono, dopo anni trascorsi in silenzio a vedere il marito damerineggiare per ogni dove. Ne aveva ben donde. Perché se è vero che la moglie di Cesare deve essere al di sopra di ogni sospetto, figuriamoci per lo stesso imperatore.

(Corriere dell'Umbria, 2 febbraio 2007)




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23 gennaio 2007

Quella sinistra voglia di vendetta

Chissà quanta sabbia c’è ancora nella clessidra della scialba casalinga e del robusto spazzino suo sposo, già condannati secondo la legge del taglione che vige dietro le sbarre, nel complice silenzio se non nell’esplicito consenso dell’Italia intera, pochi giorni fa capace di indignarsi per il cappio inflitto al tiranno mesopotamico. Con le loro felpe anonime e le pantofole nuove nuove, nel cupo segreto della disadorna solitudine della cella d’isolamento, tendono l’orecchio alle grida del diabolico sinedrio carcerario, ignaro di qualsiasi “rito abbreviato” o “termine a difesa”; aduso non a emettere sentenze di morte, ma a eseguirle soltanto. Sono braccati e lo sanno, resta solo da capire il come e con quale orripilante accessorio, all’uopo realizzato, nell’abile artigianato della disperazione, dove anche il più familiare flacone di shampoo si trasforma in un affilatissimo pugnale.
Mentre l’avvocato d’ufficio, rattamente promosso a difensore di fiducia, s’affanna a cuocere la pagnotta dove infilare la lima della pazzia, unica scappatoia credibile all’ergastolo dei giudici togati, l’accolita dei malavitosi batte le gavette alle sbarre e decreta a priori la pena capitale, in ossequio a quella folle dogmatica che legittima i reclusi, definiti tali perché privati della libertà personale e puniti per un crimine, a farsi giustizia da soli nel nome di tutti. Così poi, una volta sbudellati quei due, ognuno tornerà alle sue cure: gli uomini a cucinarsi sughetti fantasiosi, le donne a smaltarsi le unghie in un’incessante ricerca di normalità. Caino sarà stato “toccato” ancora una volta, i referti penitenziari derubricheranno l’esecuzione nei termini della tanatologia, non saranno però beati quelli che hanno fame e sete di giustizia.
Sullo sfondo di questo conto alla rovescia già avviato, minacciosa si leva la fatwa del vedovo, che giunge però pleonastica rispetto all’unico verdetto possibile, lo stesso già risuonato nelle celle della prigione di Parma la sera dell’arrivo dei carnefici del piccolo Tommy: anche loro in attesa dell’ora senza ombra, l’ultima possibile, malgrado il loro orologio abbia da tempo perduto le lancette.
Non passerà molto che andranno a spegnersi i riflettori, il circo leverà le tende da Erba in cerca di altri teatri della realtà nera, quasi tutti scorderanno l’Olindo dall’aspetto falsamente bonaccione, con il maglioncino acrilico senza manco un pelucco; e la Rosa, col suo nome desueto di una vecchia prozia con la cataratta, come il copista di Gogol bramosa soltanto di stirare, lavare, pulire. Sono più morti di chi è già sottoterra, glielo gridano dalle inferriate; anche il vedovo se è il caso farà in modo – lo ha promesso – di tornare dentro per dare una mano.
Manca completamente la pietà, in questa storia. Mancava del tutto dall’inizio, tra risentimenti e ripicche e razzismo e furberie e ferocia. Ma ora al suo posto c’è una sinistra voglia di vendetta, che non abita solo dietro le lenti scure del vedovo tunisino. “Se la sono cercata”, “Se la sono meritata”, si dirà quel giorno. E saremo tutti morti senza saperlo.

(La Stampa, 23 gennaio 2007)




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28 dicembre 2006

Saddam, condannarlo a vita

Esportata - ma il punto è controverso - la democrazia in Iraq, occorrerebbe sincerarsi che l’iniziativa sia riuscita fino in fondo. La messa a morte in differita del tiranno, invece, non pare pertinente al patrimonio culturale di quell’Occidente che da tempo avrebbe rimosso, dagli arsenali come dai codici, l’istituto del taglione; sembra piuttosto una definitiva causale giustapposta in arbitrio all’intera missione militare mesopotamica, risoltasi ormai in un fallimento politico e civile. Deposto il dittatore, il Paese non è pacificato, ma percorso da tensioni cruente e infinite; né appunto la soppressione del responsabile di decenni di oppressione potrebbe risanare gli equilibri, creando anzi altro potenziale di destabilità.
In questo momento, la morte è il favore più grande che si potrebbe fare a Saddam. Gli risparmierebbe l’obbligo di render conto fino in fondo dei suoi misfatti, magari facendo luce sul reticolo di tacite o esplicite complicità internazionali che gli avevano permesso di reggersi a lungo al potere. Lo avvolgerebbe in un’aura quasi messianica, completando la furbesca operazione trasformistica che egli stesso aveva avviato rimodulandosi, da leader laico nazionalista e socialisteggiante molto simile agli autocrati europei della prima metà del Novecento, in entusiasta ausiliario del qaedismo wahabita. Come la campagna alleata su Bagdad nulla aveva a che vedere, né con il primo né con il secondo dei Bush a capo della missione, con la sollevazione popolare panarabica di radice culturale saudita nel segno della Mezzaluna, così il tiranno non può proporsi come nuovo martire maomettano della lotta agli infedeli: prospettiva che invece il patibolo finirebbe per consentirgli.
Ma non è soltanto un calcolo di realismo politico che dovrebbe indurre gli Stati Uniti, cui pure la regia degli eventi sembra ormai del tutto sfuggita, a pretendere dai governanti provvisori babilonesi un ripensamento della sentenza di morte. Hanno infatti avuto buon gioco, i propagandisti di parte avversa, a dipingere i presunti “civilizzatori” come portatori d’infamia non meno profonda rispetto a quella del massacratore di popoli: l’esercito della liberazione non potè, infatti, risparmiarsi le cadute di ferocia gratuita proprie di ogni soldataglia e di ogni guerra, fin dall’inizio dei tempi. Infliggere adesso, a freddo e - si direbbe - in tutta fretta, una condanna capitale al capo dell’armata sconfitta sembrerebbe riportare indietro di molti anni, secoli forse, l’orologio della storia. Non tiene il paragone con Norimberga o piazzale Loreto, il Natale 1989 di Bucarest o gli arresti di Varennes, l’eccidio dei Romanov o le Idi di Marzo: consumare vendetta, infatti, è qualcosa di intimamente diverso dal pronunciare giustizia.




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19 dicembre 2006

Ride il telefono, piangono i cittadini

L’Italia sembra diventato il paese dei campanelli, o meglio delle suonerie. Si spende più, come documentano gli statistici, per telefonare che per mangiare: segno di un tempo dove la realtà cede il passo, in ogni campo, a un virtuale spesso – con facile gioco di parole – tutt’altro che virtuoso.
La vicenda della truffa via cavo scoperta a Perugia rischia però di tradursi in un quadro fuorviante, perché colloca la prospettiva illecita nel semplice abuso esterno delle linee telefoniche ordinarie. Qui, certo, la malefatta era pressoché assoluta: allaccio illegale per consentire l’esercizio di attività formalmente lecite, nella sostanza almeno discutibili. L’infida savana dei cosiddetti “servizi telefonici a valore aggiunto”, infatti, non di rado rispecchia situazioni critiche individuali a pesante ricaduta collettiva: dietro ogni persona che alza la cornetta per interrogare una cartomante, ottenere previsioni sulle uscite dei numeri al lotto, intrattenere un colloquio erotico, fatalmente pulsano problemi più o meno seri, destinati ad appalesarsi nel loro profilo di emergenza sociale soltanto quando prendono occasionalmente forma, nel processo a una nota imbonitrice televisiva o negli appelli a “Mi manda Raitre”.
Ma da questa vicenda, indubbiamente patologica, si può trarre lo spunto per chiedersi perché l’Italia abbia fatto del telefono la propria croce. Da tempo è stata varcata la frontiera della proporzione unitaria, tanto che esistono meno italiani in carne e ossa che apparecchi mobili a loro disposizione. Il grande circo della pubblicità vive ormai in gran parte su una concorrenza apparentemente feroce, in realtà atta a dissimulare una logica sostanzialmente di cartello: infatti la compresenza di numerose compagnie, contrariamente a una legge economica fondamentale, non ha prodotto un’apprezzabile riduzione dei costi per i consumatori; anzi. Girare per la strada, viaggiare in treno o in autobus offre lo spettacolo di una massa di persone con la mano attaccata all’orecchio, quando non apparentemente impegnate in demenziali soliloqui, che rivelano invece l’uso dell’auricolare. E’ un’Italia che chiacchiera, parla, spettegola, alluviona se stessa di parole; ma non dice nulla. E quando lo dice, sarebbe stato meglio tacesse.
Il paese delle suonerie, dei maghi via cavo e dei truffatori che si agganciano ai cavi altrui sembra mancare di un artista che sappia raccontarne la crescente insensatezza. Ci vorrebbero un Flaiano, un Fellini. Tanto più che il regista aveva capito tutto con molto anticipo. Il suo ultimo film “La voce della luna”, dedicato a un’Italia che sembrava già fin troppo ammattita e invece il peggio era ancora molto di là da venire, si conclude con una battuta mai troppo tesaurizzata, sempre più dispersa nel frenetico vociare, eppure da riprendere, come il filo necessario per trovare un percorso smarrito: “Forse, se facessimo tutti un po’ di silenzio, potremmo capire qualcosa”.

(Corriere dell'Umbria, 18 dicembre 2006)




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28 novembre 2006

UNA REPUBBLICA FONDATA SUL LAVORO.........

Il fumo che si leva dall’oleificio distrutto è scuro come molte, troppe ombre sulla coscienza di chi avrebbe dovuto impedire lo scempio. Per continuare a raccontarci la favola autoconsolatoria di un paese progredito e moderno, guardiamo con disprezzo neofeudale alle economie in crescita, dall’Europa postcomunista al subcontinente indiano, per finire con tigri e draghi dell’Estremo Oriente. Ci raccontiamo che la maggiore competitività dei Paesi asiatici è figlia soltanto del disprezzo delle più elementari regole di tutela del lavoro e della sua sicurezza; fingiamo così di ignorare che in Italia le cosiddette morti bianche sono una pagina tra le più nere della nostra storia e, come l’ultima ecatombe testimonia, del nostro presente. Poveri incolpevoli angeli volati dai ponteggi, sepolti dal terriccio, asfissiati dai gas, oppure bruciati dalle fiamme come accade ai dannati. Storie quotidiane, incalzanti, di un Paese che mentendo a se stesso si ritiene civile. Ed è una bugia irritante che risalta fin dalle fondamenta patrie, perché non è certo quella di una comunità “fondata sul lavoro” la fisionomia dell’Italia che si affaccia sulle rovine dello stabilimento del Clitunno. Le indagini stabiliranno l’attribuzione delle responsabilità ma è fin d’ora chiaro che responsabilità esistono; e sono gravissime. Ma non basta accertarle e sanzionarle, nella prospettiva di una punizione individuale. Forse è utopia sperarlo, ma dovrebbe essere questa l’occasione per riscrivere, nuovamente e una volta per tutte, la regola prima di ogni società: ovvero che se da una parte bisogna lavorare per vivere, dall’altra non si può morire per lavorare. Abbiamo celebrato non molto tempo fa la memoria della sciagura di Marcinelle come se si trattasse di una storia in bianco e nero, ormai remota e non più pertinente alla nostra civiltà, quasi coeva dell’arenarsi dell’Arca sull’Ararat oppure dell’attraversamento delle Alpi da parte degli elefanti di Annibale. Invece la piaga biblica dello sterminio dei lavoratori è ancora una realtà quotidiana, che magari non occupa le prime pagine perché un muratore precipitato ha meno risonanza del nuovo amore di una diva o di un calciatore. La vera tragedia delle quattro vite bruciate in un mare di olio impazzito è che il loro sacrificio quasi sicuramente non sarà che una tappa dell’infinita litania di morte e desolazione che si recita nell’indifferenza di una società che sembra pensare ad altro, come se la cosa non la riguardasse, come se fosse non solo possibile ma pure accettabile l’eventualità di uscire di casa la mattina per andare a lavorare e non tornare più a sera. Quasi sempre, per quattro soldi. Bene ha fatto il presidente della Repubblica a prendere la parola. Ma al tempo stesso temiamo che le sue parole restino vuota declamazione, atto dovuto, esercizio accademico fine a se stesso. In attesa della prossima tragedia in un’altra fabbrica, in un altro cantiere, in un’altra galleria. E delle prossime parole destinate a essere portate via dal vento. Un vento sporco di fumo nero.
Rosa Matteucci
pubblicato sul "Corriere dell'Umbria" il 27 novembre 2006




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